Materialità e poesia della musica

Non accontentarsi della meravigliosa gabbia dorata dell’esecuzione musicale, replicata in un mondo di ricezione reservata, porta da una parte a volgersi verso tematiche anche inconsuete, apparentemente lontane, dall’altra a ricercare idee e progetti di produzione globale e di interazione tra le arti. Per questo il Conservatorio di musica “S. Cecilia” mira negli ultimi tempi a contribuire alla maggior collaborazione possibile con le altre realtà romane dell’espressione artistica, che sia anche luogo nel quale gli artisti possano confrontarsi e confortarsi, all’ombra di una serrata azione interistituzionale. 

Peraltro, i Conservatori di musica, le Accademie di belle arti, l’Accademia nazionale di danza, l’Accademia nazionale di arte drammatica, gli Istituti superiori per le industrie artistiche, tutte riconosciute come Istituzioni di alta cultura ai sensi dell’articolo 33 della Costituzione Italiana, costituiscono il sistema della cosiddetta Alta Formazione Artistica e Musicale.

Prima che un dispositivo normativo, o un dovere strategico, o una logica assemblativa, la collaborazione è però un’esigenza delle arti, che non riduce ma aumenta gli spazi della creatività, e  favorisce la comunicazione di oggetti spesso connotati dalla fragilità, dalla singolarità, dalla relatività, dall’essere autoreferenziali, oltreché legati alla dimensione performativa musicale dell’hic et nunc. 

Alta formazione, dunque, ma quest’attività non può non sfociare, e anzi essere intrinsecamente connessa con l’attività di produzione. 

Ecco allora che tessere rapporti con le pulsanti realtà produttive, siano esse musicali o come in questo caso del teatro di parola, diventa sbocco fisiologico, e d’altronde, un filone creativo estremamente poco conosciuto, come quello della musica di scena, da sempre, dall’inizio della storia del teatro, popola ogni spettacolo (a meno che non si voglia fare del silenzio, atto anch’esso musicale, la propria scelta). 

Occuparsi di produzione non vuol dire rinnegare le ragioni dell’arte in sé, ma trovare il giusto equilibrio che ne consenta una cittadinanza ampia. Ha senso creare se nessuno ascolta, guarda, legge? Certo ha senso, ma ne acquista di più se l’atto della comunicazione amplifica il messaggio, rendendolo patrimonio di tutti, e restituendo all’arte quello spazio nella società e nella formazione dell’uomo che un sistema  disattento o colpevole le ha negato. 

Come Walter Benjamin, dobbiamo oggi chiederci, a distanza di quasi un secolo, se all’aumento dei mezzi di riproduzione di massa si è unita un’educazione costante delle masse, il quale interrogativo rimanda tra gli altri al titolo di Karl Popper, Cattiva maestra televisione.

Non sarà che elevare al soglio dell’assoluto artistico la musica è stato funzionale a farla uscire dal patrimonio di tutti, e a rendere il mondo più ignorante?

Eppure la musica è sempre stata di tutti, è sempre stata parte del tutto, è sempre stata prodotta, commissionata, commerciata, venduta, è stata rappresentazione del potere, o della lotta contro il potere. 

Anche la storia della musica si deve leggere allora in chiave marxista? Hobsbawm risponderebbe affermativamente, e sul versante musicale gli scritti di Knepler ci offrirebbero letture di tutto interesse per ripensare e osservare da questo punto di vista la storia della musica con occhiali nuovi. 

Ecco anche perché accogliere il progetto di Marco Lucchesi è stato naturale, perché la musica – di tutti i tipi, purché ben fatta – risuoni ovunque e torni a essere disponibile e presente, senza il bisogno di porsi solo interrogativi estetici, ma riflettendo sulle molte utilità sociali. 

Gli artisti si sono sempre sporcati metaforicamente le mani con la realtà, e le hanno donata una parte importante, legata al bello, ma anche al funzionale.

Funzionale, come lo è stato dare nuova veste alla musica di Luis Bacalov trasportandola dalla protesta delle madri di Plaza de Mayo, esemplata magistralmente nello Stabat mater laico Estaba la madre.

Così, il dolore e la contestazione, tra declamati aspri e passaggi struggenti, mutano in opportune ‘messe in musica’ del realismo del Capitale, intreccio di più saperi, sul quale ancora molto riflettere.  

Roberto Giuliani